Essere il fiume che scorre

In questo periodo dell’anno si sente spesso parlare di “lasciare andare”. Io per prima sono solita proporre, nei gruppi e negli incontri individuali, piccole pratiche e gesti concreti che possano accompagnarci in questo processo. Ogni volta che un ciclo sta giungendo a compimento, infatti, liberarsi del vecchio diventa un passaggio importante affinché il nuovo possa trovare il giusto spazio per emergere.

Quando penso al “lasciare andare” nella mia mente prende subito forma l’immagine di tutti i traslochi che ho fatto negli ultimi anni. Spostamenti importanti, per cui ridurre gli scatoloni all’essenziale diventava necessario, un’arte. E così, ogni volta che dal fondo di un cassetto emergeva qualcosa di inutilizzato da tempo sufficiente da non sapere quasi più di averlo, anche se l’onda dei ricordi riaccendeva subito il legame con quell’oggetto, la decisione di lasciarlo andare diventava inevitabile. Non potevo portarlo con me, era necessario alleggerire il carico.

Credo che lo stesso accada con il nostro mondo interiore, con il nostro bagaglio di credenze, atteggiamenti, abitudini, e con le sfumatone della nostra personalità. Ogni volta che attraversiamo una fase di trasformazione, affinché possa emergere quell’espressione di noi più autentica e connessa alla nostra essenza, è necessario un momento di pulizia. Chiudere un ciclo per me significa proprio prendersi un tempo per onorare quelle parti di noi che ci hanno plasmate/i fino a questo punto del nostro viaggio, per poi lasciarle andare, perché da questo momento in poi non ci servono più. Rimarranno con noi come un’impronta, ma non possono più proseguire il viaggio, rischierebbero, infatti, di diventare ingombranti e di ostacolare il nostro incedere.

Solo di recente mi sono imbattuta nuovamente nelle parole che mi aveva detto tempo fa il mio amico e collega Andrea Borla. Andrea mi aveva portata a riflettere sul fatto che il “lasciare andare” non è qualcosa che si fa, ma è qualcosa che si è. Io non credo di aver ancora compreso il senso di queste parole, ma incomincio a sentirle dentro di me con una consapevolezza nuova, che mi porta a guardare ciò di cui ti sto parlando da una nuova profondità.

Forse allora pensare al “lasciare andare” come al gesto concreto della mano che si apre lanciando nel fiume il legno, significa lavorare ancora solo con ciò che chiamiamo Ego, con il nostro mentale, con quella parte di noi che si illude di poter conoscere e di avere controllo su ogni aspetto della nostra vita. E forse, così facendo, un pochino ci prendiamo in giro. Perché credo che la tendenza che abbiamo a conservare le abitudini, anche nel nostro mondo interiore, ci porti a lasciare andare ciò di cui sappiamo già fare a meno, senza tuttavia abbracciare un’esperienza più profonda. Esattamente come quegli oggetti in fondo al cassetto dell’armadio. È vero, non è semplice liberarcene perché ci attivano ricordi che mettono alla prova la nostra scelta. Eppure, di fatto, è più facile farlo con questi oggetti che non usiamo mai e occupano gli angoli bui del nostro armadio, piuttosto che con quelli ugualmente impolverati che però ingombrano il nostro comodino, e che incontriamo tutte le sere prima di andare a dormire.

E se invece “lasciare andare” diventasse “lasciarsi andare”. Forse guardarlo da questa prospettiva potrebbe avvicinarci a qualcosa che riguarda più un nostro modo di essere. Non saremmo più solo la mano, diventeremmo il fiume che scorre.

E allora liberarsi del vecchio per fare spazio al nuovo non è più il gesto di scegliere cosa ci serve ancora e cosa non ci serve più, ma diventa lo sguardo consapevole che osserva la nostra personalità e le cose della nostra vita trasformarsi, sciogliendo le resistenze, e senza ostacolare il processo. Liberarsi del vecchio diventa allora concedersi la possibilità di perdersi, di “brancolare nel buio”, perché è proprio in quel vuoto che si crea lo spazio perché emergano nuove possibili direzioni.

Non so dirti come si possa diventare il fiume, cosa fare per passare dal “lasciare andare” al “lasciarsi andare”, e forse sarebbe anche un po’ contraddittorio con quanto detto fino a qui. Allo stesso tempo credo che se come me senti l’urgenza di essere il fiume che scorre, potremmo cominciare provando ad accogliere dentro di noi quella mano che compie il gesto, che forse altro non è che la nostra illusione di controllo e l’idea che abbiamo di poter comprendere ogni cosa. Potremmo provare a immergerci dolcemente e amorevolmente nell’acqua del fiume con tutte quelle sensazioni di paura, di smarrimento, di disagio, di qualcosa di sbagliato che potrebbero sorgere all’idea di perderci. Lasciarci andare a esse, abbracciandole, affinché possano, passo dopo passo, diventare esse stesse parte del fiume.

E intanto, se ci risuonano, possiamo comunque continuare a praticare gesti e ritualità per “lasciare andare”, vivendoli magari con una consapevolezza nuova, facendoli vibrare nel nostro cuore e non nella nostra mente. Potremmo allora guardare questi gesti con gli occhi di chi sa che rappresentano una parte del “lasciare andare”, quella che ci aiuta a mettere a fuoco ciò che si è già trasformato in noi, consolidandone il processo.

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